10 – Ridurre l’ineguaglianza all’interno di e fra le Nazioni

• In media – e prendendo in considerazione la dimensione della popolazione – tra il 1990 e il 2010 la disparità di reddito è aumentata dell’11% nei Paesi in via di sviluppo

• La maggior parte delle famiglie nei Paesi in via di sviluppo – più del 75% della popolazione – vive in società in cui il reddito è distribuito in maniera meno omogenea rispetto agli anni Novanta

• È dimostrato che, oltre una certa soglia, l’ineguaglianza danneggia la crescita economica e la riduzione della povertà, la qualità delle relazioni nella sfera pubblica e politica e il senso di soddisfazione e di autostima del singolo.

• Non vi è nulla di inevitabile nella crescita delle disparità di reddito; diversi paesi sono riusciti a contenere o ridurre le disparità di reddito, raggiungendo elevati livelli di crescita

• La disparità di reddito non può essere affrontata in maniera efficace se non viene affrontata la disparità di opportunità che sottostà ad essa

• In un sondaggio globale condotto dal programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, è emerso che i decisori politici di tutto il mondo hanno riconosciuto che l’ineguaglianza nei loro paesi è generalmente elevata e costituisce una potenziale minaccia per uno sviluppo sociale ed economico a lungo termine

• Dati provenienti da Paesi in via di sviluppo mostrano che i bambini facenti parte del 20% più povero della popolazione, hanno una probabilità fino a tre volte maggiore di morire prima di aver compiuto cinque anni rispetto ai bambini provenienti da famiglie più benestanti

• La protezione sociale è stata estesa su scala globale in modo significativo, tuttavia le persone con disabilità hanno una probabilità fino a cinque volte maggiore di dover sostenere spese sanitarie catastrofiche

• Nonostante nella maggioranza dei Paesi in via di sviluppo si sia registrato un calo globale di mortalità infantile, la donne delle aree rurali hanno una probabilità fino a tre volte maggiore di morire durante il parto rispetto alle donne che abitano in città

Traguardi

10.1  Entro il 2030, raggiungere progressivamente e sostenere la crescita del reddito del 40% della popolazione nello strato sociale piùbasso ad un tasso superiore rispetto alla media nazionale

10.2  Entro il 2030, potenziare e promuovere l’inclusione sociale, economica e politica di tutti, a prescindere da età, sesso, disabilità, razza, etnia, origine, religione, stato economico o altro

10.3 Assicurare pari opportunità e ridurre le disuguaglianze nei risultati, anche eliminando leggi, politiche e pratiche discriminatorie e promuovendo legislazioni, politiche e azioni appropriate a tale proposito

10.4  Adottare politiche, in particolare fiscali, salariali e di protezione sociale, per raggiungere progressivamente una maggior uguaglianza

10.5  Migliorare la regolamentazione e il monitoraggio di istituzioni e mercati finanziari globali e rafforzare l’attuazione di tali norme

10.6  Assicurare una migliore rappresentanza che dia voce ai paesi in via di sviluppo nelle istituzioni responsabili delle decisioni in materia di economia e finanza globale e internazionale, per creare istituzioni più efficaci, credibili, responsabili e legittimate

10.7  Rendere più disciplinate, sicure, regolari e responsabili la migrazione e la mobilità delle persone, anche con l’attuazione di politiche migratorie pianificate e ben gestite

10.a  Attuare il principio del trattamento speciale e differente riservato ai paesi in via di sviluppo, in particolare ai meno sviluppati, in conformità agli accordi dell’Organizzazione Mondiale del Commercio

10.b  Incoraggiare l’aiuto pubblico allo sviluppo e i flussi finanziari, compresi gli investimenti diretti esteri, per gli stati più bisognosi, in particolar modo i paesi meno sviluppati, i paesi africani, i piccoli stati insulari in via di sviluppo e i paesi in via di sviluppo senza sbocco al mare, in conformità ai loro piani e programmi nazionali

10.c  Entro il 2030, ridurre a meno del 3% i costi di transazione delle rimesse dei migranti ed eliminare i corridoi di rimesse con costi oltre il 5%.

Post a cura di Micol Tettamanzi
Post a cura di Matilde Gentile


GEORGE FLOYD: UNA STORIA DA NON DIMENTICARE

Il RAZZISMO è la diretta conseguenza della povertà e della disuguaglianza. BLACK LIVES MATTER significa letteralmente “Le Vite Nere Contano” ed è un movimento attivista internazionale, originato all’interno della comunità afroamericana, impegnato nella lotta contro il razzismo, perpetuato a livello socio-politico, verso le persone nere.

La rivista americana “TIME” ha inserito tra le 100 persone più influenti dell’anno le tre donne fondatrici del movimento Black Lives Matter, tornato al centro delle mobilitazioni questa primavera dopo l’uccisone da parte della polizia di George Floyd presso Minneapolis. Quelle tre parole che gridò ripetutamente la vittima, “ I CAN’T BRETHE “, sono diventate un grido di battaglia per migliaia di persone in tutto il mondo che protestano contro la violenza e il razzismo sistemico contro i neri. Oggi Black Lives Matter è cresciuto, fino a diventare uno dei gruppi più influenti al mondo per quanto riguarda la giustizia sociale. C’è chi ne parla come del movimento più grande della storia americana: alle manifestazioni in seguito alla morte di Floyd hanno partecipato tra i 15 e i 26 milioni di persone; tra maggio e agosto sono state organizzate negli USA 7750 proteste in 50 stati, e in 60 paesi a livelli internazionale. Secondo il professore di sociologia dell’University of North Caroline Kenneth Andrews, “ la diffusione geografica delle proteste è una caratteristica importante e aiuta a individuare la profondità e l’ampiezza del sostegno guadagnato dal movimento”. “ La prima volta che ho sentito parlare di Black Lives Matter è stato nell’anno in cui il figlio Trayvon è stato ucciso”, cosi scrive la madre del ragazzo ucciso il 26 febbraio del 2012 da un vigilante volontario di quartiere mentre rientrava a casa. “In quel momento”, disse e ricorda la donna, “non si trattava di un movimento a livello nazionale, ma di qualcosa di cui la gente parlava all’interno di cerchie ristrette”. Il giovane stava camminando in una strada di Sanford, Florida, quando venne segnalato al 911 perché soggetto “sospetto”, quando rispettivamente indossava una felpa con cappuccio, una bibita e delle caramelle nelle mani; il ragazzo fu seguito, scambiato per ladro ed ucciso. Il volontario ventinovenne fu portato in carcere solo sei settimane l’interrogatorio, in cui ammetteva l’omicidio. Al termine del processo avvenuto nel 2013, il volontario Zimmerman è stato dichiarato non colpevole per l’omicidio del diciasettenne in quanto secondo la corte l’uomo aveva agito per legittima difesa. La decisione del tribunale scatenò proteste e indignazione. L’attivista Alicia Garza, di Oakland, ha postato un messaggio sui social, che si concludeva con queste parole: “Persone nere. Vi amo. Le nostre vite contano”. Un’amica della donna, Patrisse Cullors, condivise il post aggiungendo l’hashtag #BlackLivesMatter, divenendo in pochissimo tempo virale. Il riconoscimento a livello nazionale di questo movimento è arrivato nel 2014, dopo le proteste in seguito agli omicidi di due uomini neri, Michael Brown a Ferguson ed Eric Garner a New York.

I social hanno avuto un ruolo importante nella crescita di BLM, soprattutto in un primo momento. Secondo molti attivisti, si sono rivelati molto più di uno strumento efficiente per diffondere il messaggio: sono stati un modo per approfondire la comprensione da parte delle persone del razzismo strutturale, mostrando connessioni tra episodi apparentemente non correlati. Alcuni di essi hanno rivelato ad alcune interviste:  “ Non si trattava solo di Mike Brown, Trayvon Martin, …Non si trattava solo di singoli nomi, che sono comunque estremamente importanti. Non potrei mai e poi mai omettere le loro individualità e l’amore che loro famiglie e comunità hanno per loro”, ha spiegato un fondatore. “ Quello che era importante però è il fatto di vivere in una società in cui i nostri cari possono essere sistematicamente portati via da noi, e non ci sarebbe giustizia”.

Uno di essi dichiara e descrive Black Lives Matter come un movimento senza leader. La pratica è quella della “community organizing”, che parte dal sostegno delle comunità locali. Il non avere un leader non significa che BLM sia in balia di disordinate esplosioni di rabbia sociale: è organizzato volutamente attraverso una struttura decentralizzata, che raccoglie insieme esperienze e realtà molto diverse tra loro. Non è una mancanza, ma un punto di forza: “ Abbiamo visto che cosa è accaduto in passato, quando ci sono state una o due figure di spicco e son state assassinate. Ha destabilizzato le loro organizzazioni. Quindi quello che stiamo provando a fare adesso è essere più forti di quanto lo siamo stati in passato. I leader sono ovunque. Si, uno può anche andare via, ma ne spunteranno altri dieci”.

Una caratteristica fondamentale del movimento è l’inclusività. Sin dall’inizio, spiega una fondatrice “questo movimento riguarda tutti noi e riconosce che le persone non sono un monolite”: “Io sono figlia di immigrati, le mie due colleghe sono queer, naturalmente le nostre identità hanno un’influenza”. Le fondatrici insistono sul fatto che Black Lives Matter sia sempre stata una frase ombrello”. Intenzionalmente ampia per includere le lotte non solo contro il sistema di giustizia e carcerario, ma anche il razzismo nell’istruzione, nella sanità e in altri ambiti sociali.

Da quando ha iniziato a circolare il video di George Floyd, le persone stanno effettivamente assistendo a ciò che gli afroamericani hanno vissuto per la maggior parte delle loro vite; una volta che senti quel dolore nel petto, non puoi smettere di sentirlo. Il movimento ha dichiarato che una madre di una vittima che si affida a loro, è contenta che ci siamo sempre più giovani coinvolti, più nazionalità e più etnie, le proteste, afferma la donna, adesso sono un arcobaleno di persone di ogni estrazione sociale, in diversi paesi, che si uniscono e dicono “Le vite dei neri contano”.

Rimanendo in ambito proteste, c’è chi si batte per il movimento ed insieme ad esso e c’è chi ha invece criticato le immagini divulgate dalla stampa criticando non il movimento in se, ma la e persone che vi prendono parte tramite manifestazioni. A coloro che hanno espresso questa modalità di pensiero è stato subito consigliato di informarsi e di ritirare le accuse in quanto le manifestazioni del BLM si siano rilevate ‘non violente’; sono stati immediatamente smentiti e gli è stato ribadito il concetto per cui loro lottano, ossia le battaglie a “colpi di immagini” per dividere l’opinione pubblica tra pro o contro i manifestanti, siano risultate eccome violente.

Secondo la storica attivista afroamericana per i diritti civili Angela Davis, “ non abbiamo mai assistito a manifestazioni prolungate di queste dimensioni e di queste varietà. Perciò ritengo che questo stia dando alla gente una grande speranza. Prima molte persone allo slogan Black Lives Matter rispondevano: ma non dovremmo dire che tutte le vite contano? Adesso finalmente lo stanno capendo, che finché le persone nere continueranno a essere trattate in questo modo, finché la violenza del razzismo rimarrà tale, nessuno sarà al sicuro”.

Pronunciare il “motto” Black Lives Matter non significa stabilire una gerarchia secondo cui le vite dei neri contano più di quelle degli altri , o le altre vite non contano affatto, come chi vorrebbe far intendere chi propone di sostituire lo slogan con “All Lives Matter”. Utilizzare una frase del genere significa mancare completamente il punto, ossia nega l’esistenza del razzismo sistemico, le esperienze vissute ogni giorno dalle persone nere a causa del colore della propria pelle e le lotte che da anni le comunità nere portano avanti.

Questo movimento ha portato “a galla” molte delle domande alla quale la storia ha dovuto dare delle risposte: “ che cos’è che continua a causare queste enormi differenze tra la popolazione bianca e quella nera? Sociologi e studiosi hanno provato a dare risposte in quanto in prima persona sono coloro che si occupano di capire come si comporta la società in cui viviamo. Sono molteplici le risposte, ma la maggior parte riconducono al motivo originario, quello che ha permesso che uomini e donne venissero trasportati come merci con le prime navi spagnole alla fine del 1500. La causa è solo ed esclusivamente economica.  Nel caso specifico degli afroamericani negli Stati Uniti, la storia dello sfruttamento economico è cominciata con la tratta degli schiavi. Dopo la scoperta delle Indie Occidentali, il re di Spagna autorizzò i commercianti a vendere anche uomini, che avrebbero lavorato nei campi e alla costruzione delle città nelle colonie. Quando gli europei colonizzarono l’America del Nord, il mercato degli schiavi divenne uno dei business più fiorenti dell’epoca. Il primo mercato pubblico, ossia un luogo fisico dove gli uomini venivano venduti come fossero cavali o galline, fu creato nel 1711 nella stessa area dove oggi orge Wall Street, la sede della Borsa valori degli Stati Uniti. La vita di un afroamericano non valeva quanto quella di un uomo bianco.

Con il passare degli anni, però, dopo la Guerra d’indipendenza delle colonie americane, gli afroamericani, hanno conquistato passo dopo passo i diritti civili fondamentali fino ad avere, oggi, gli stessi diritti e doveri e tutti i cittadini degli Stati Uniti.

Basterebbe un solo concetto scientifico per capire quanto il razzismo non abbia motivo di esistere: secondo le ricerche genetiche più avanzate effettuate negli ultimi anni, tutti gli uomini che popolano oggi la terra provengono dall’Africa. Tutti. Di qualsiasi colore sia la nostra pelle, qualsiasi lingua parliamo, in qualsiasi parte del mondo siamo nati o cresciuti: siamo tutti, nel profondo del nostro DNA, africani.

La discriminazione, la distinzione di razza è un concetto relativamente recente, che è nato nel momento in cui alcune popolazioni hanno trovato una scusa per sottomettere o sfruttare altre persone in modo sistematico e senza che nessuno avesse ragione di fare troppe domande.

I gruppi originari sono partiti dall’Africa, dal quella terra che proprio per questa ragione è universalmente riconosciuta come la “culla dell’umanità”.

di Cecilia Bossi
Post a cura di Cecilia Bossi


APPROFONDIMENTO: IL NOSTRO INCONTRO CON SAVE THE CHILDREN

Il giorno 13 dicembre 2021 la classe IV A dell’Istituto Professionale “Marco Pantani” di Busto Arsizio ha incontrato Fulvia De Santis, dottoressa in Giurisprudenza e operatrice del Servizio Civile presso la struttura Civico Zero di Milano gestita da Save the Children. L’organizzazione ha origine in Inghilterra nel 1919, ad opera di una suffragetta Eglantyne Jebb, con lo scopo di aiutare i bambini provati dall’esperienza del primo conflitto mondiale sia inglesi che non. Da qui è nata l’associazione che, in particolare, a Milano si occupa di minori stranieri non accompagnati, ovvero ragazzi minorenni che giungono in Italia senza genitori e senza documentazione e che dunque devono essere tutelati dallo Stato. Nella maggior parte dei casi questi ragazzi provengono da Egitto, Pakistan, Bangladesh e Costa d’Avorio, hanno un’età media compresa tra i 14 e i 18 anni e sono in maggioranza di sesso maschile; quasi tutti sono analfabeti, non conoscono la lingua italiana e per coloro che dispongono di un titolo di studio, esso non viene riconosciuto in Italia. Nella maggior parte dei casi il viaggio per giungere in Italia dura per loro più anni ed ha un costo economico elevato: pertanto spesso su questi ragazzi grava un debito che le famiglie devono saldare ai trafficanti. Pertanto spesso essi sfuggono alla rete assistenziale italiana per iniziare a lavorare il prima possibile; in questo modo però si espongono a situazioni estremamente pericolose e spesso malavitose. A tal proposito Save the children ha attivato il servizio Outreach che raggiunge questi minori nei punti di ritrovo della città (es. stazione) per inserirli nei centri di assistenza. Nei centri di assistenza di Save the children viene garantita una prima accoglienza fornendo assistenza legale e rispondendo alle necessità primarie. La permanenza nel centro è garantita fino ai 18 anni; in questo arco di tempo i ragazzi seguono corsi di italiano, fondamentali per l’integrazione, laboratori artistici atti a supportare chi ha riportato traumi per esperienze precedenti. Tutto ciò viene organizzato seguendo le indicazioni della legge Zampa 2015 che prevede una serie di diritti e garanzie per i minori stranieri non accompagnati. In questo l’Italia si distingue dalle altre nazioni in quanto è una delle poche potenze europee ad avere una normativa di questo tipo.